Dipendenze da cibo

Dipendenze da cibo, disturbi alimentari: anoressia, bulimia e obesità

I disturbi alimentari costituiscono, nei paesi occidentali e industrializzati, una vera e propria emergenza sanitaria. In questi termini s’intende parlare di anoressia, di bulimia e di obesità ma esistono altre forme, emergenti, di patologie collegate al cibo come l’abbuffata compulsiva (binge eating disorder o BED) o non ancora definite con esattezza come, per esempio, l’ortoressia (ricerca ossessiva di cibi sani e genuini) e la bigoressia o “dismorfia muscolare”: ossia quando si cerca ossessivamente di aumentare la massa muscolare ricorrendo sia all’alimentazione sia a pratiche più o meno sportive (cfr. dossier sulla dipendenza da sport).

Per prevenire queste ed altre malattie collegate alla scorretta alimentazione (diabete, ipertensione, osteoporosi, ecc.), la Confederazione e il Cantone hanno promosso numerose campagne d’informazione e sensibilizzazione affinché ci si renda conto che una corretta alimentazione, assieme all’attività fisica, costituiscono fattori imprescindibili e determinanti per una buona salute (cfr. Programma nazionale alimentazione e attività fisica −PNAAF−2008-2012). La patologia, invece, insorge quando l’attenzione per la forma fisica (il peso corporeo), per il cibo e per l’alimentazione diventano il fulcro della propria esistenza, l’idea fissa che impedisce un normale svolgersi delle attività quotidiane e delle relazioni con gli altri.

Anoressia, bulimia ed obesità sono disturbi che denotano un profondo disagio interiore, occorre dunque cercare di comprendere l’origine di questo malessere.

Il denominatore comune a tutti questi disturbi è la fame, negata o meno, non si tratta evidentemente di una questione puramente alimentare, è una “fame esistenziale”: di affetto, di vita, di relazioni con gli altri, di stima verso se stessi.

Anoressia:

L'anoressia è uno dei più importanti disturbi alimentari; è caratterizzata dal rifiuto di mangiare e dalla paura ossessiva di ingrassare. Si tratta di un disturbo molto diffuso nei paesi industrialmente più progrediti, tanto che viene definito come una “sindrome culturale”: è legato al benessere (raramente si riscontrano casi di anoressia in Africa o Asia o America Latina e, quasi sempre, questi sono da ricollegare all’esportazione di modelli di vita ed immagini occidentali). Si tratta di un disturbo serio, infatti può condurre alla malnutrizione e, nelle forme più gravi, alla morte. L’insorgenza di questa malattia coinvolge diverse funzioni, in particolare quelle psicologiche, ormonali e metaboliche. Le origini di questa malattia, tipica della società contemporanea sono in realtà molto antiche. Nel medioevo l'anoressia fu vista come un traguardo spirituale da raggiungere; si parlò infatti di "santa anoressia" e di "digiuni ascetici", in un periodo storico in cui spesso si cercò il perseguimento di virtù spirituali attraverso la mortificazione del corpo. Molte sante infatti soffrivano di questa malattia (per es. Santa Caterina e Santa Teresa). Il primo accenno a questa patologia avvenne nella Londra del 1669, allorché il medico R. Morton si confrontò con il caso di una diciottenne che presentava la sintomatologia tipica di quella che più tardi prese il nome di “anoressia”.

L’anoressia colpisce in prevalenza le giovani donne, soprattutto le adolescenti, s’incontrano però sempre più spesso donne adulte affette da tale disturbo e, negli ultimi anni, anche anoressici, per la maggior parte giovani uomini (è un dato in crescita anche se questi casi sono meno frequenti): se l’incidenza fra le ragazze è una su 150-200, quando confrontiamo questo dato con quello relativo ai coetanei maschi, su 100 ragazze anoressiche i ragazzi sono 4 o 5.

Le cause dell’anoressia sono complesse e non facili da determinare: esistono motivi di natura biologica, psicologica e sociale che concorrono a predisporre alla malattia, inoltre vi sono spesso fattori concomitanti e scatenanti che portano allo sviluppo vero e proprio di questa patologia. Gli ormoni che controllano l’appetito possono svolgere un certo ruolo in questo senso, così come il più o meno corretto funzionamento della tiroide. Le difficoltà relazionali all’interno del nucleo familiare, la parentela con persone affette da tale malattia e la mancanza di autostima, ma anche le difficoltà e/o le delusioni in ambito affettivo, oppure l’appartenenza a determinati gruppi sociali (modelle/i, ballerine/i ginnaste/i). Un evento importante e spesso determinante nello sviluppo di questo disturbo consiste nella difficoltà, incontrata da molti adolescenti, ad accettare i mutamenti del proprio corpo. Infine, non bisogna assolutamente dimenticare l’influenza dei canoni di bellezza propinati dai mass media, che indicano nella magrezza un valore socialmente positivo, vincente. La pubblicità, d’altronde, asseconda questa mentalità e propone ogni sorta di prodotto e soluzione per dimagrire (dal cibo light, ai libri, ai corsi ed alle riviste su come perdere peso e raggiungere finalmente la tanto agognata forma fisica: “slim, light & fit”).

Le manifestazioni dell’anoressia hanno carattere sia fisico: l’eccessiva magrezza la spossatezza e l’amenorrea (conseguenti al rifiuto ad alimentarsi ed ai digiuni), la carie e i danni al apparato gastrointestinale (dovuti al ricorso a lassativi, diuretici ed alla pratica del vomito), ma anche osteopatie, acne, fragilità delle unghie, aritmie cardiache; sia psichico: depressione, ansia, comportamenti ossessivo-compulsivi, disturbi della personalità, mancanza di autostima, distorta percezione di sé e del proprio corpo, ecc.

Le conseguenze dell’anoressia possono essere molto gravi, in alcuni casi essa ha un esito letale: anche se si tratta comunque di casi poco frequenti l’anoressia è, tra i disturbi del comportamento alimentare, quello che registra il maggior numero di decessi, dovuti non solo alle conseguenze fisiche della malattia (denutrizione e consunzione) ma in alcuni casi al suicidio. Se affrontata con tempestività la prognosi non è tuttavia sempre così infausta: comunque, trattandosi di una malattia sia fisica che psichica, è necessario ricorrere sia ad un approccio psicoterapeutico sia alla medicina, qualora il deperimento abbia compromesso gravemente la salute fisica.

Bulimia:

La bulimia (dal greco boulimía, comp. di bôus 'bue' e limós 'fame'; propr. 'fame da bue') è il secondo disturbo alimentare, per incidenza, dopo l’anoressia. Anche in questo caso sono soprattutto le donne ad esserne affette.

A differenza dell’anoressico, il bulimico non rifiuta il cibo ma, come per l’anoressia, anche in questo caso il rapporto con l’alimentazione è molto problematico. La bulimia è caratterizzata da frequenti episodi di abbuffata durante i quali vengono assunte spropositate quantità di cibo (quantità enormi di cibo, consumate in periodi di tempo estremamente ridotti) salvo, poi, sviluppare sgradevoli sensi di colpa e d’incapacità di autocontrollo. Si tratta di un comportamento compulsivo: l’ingestione di cibo non è dettata dal desiderio e non porta nessuna sensazione piacevole tutt’altro: spesso i bulimici ingurgitano il cibo di nascosto, vergognandosene e quasi senza masticare, questa pratica genera dolori al ventre e senso di pienezza e pesantezza nonché, appunto, malessere, sensi di colpa, ansia e vergogna.

Nel caso della bulimia fra il cibo ed il soggetto si instaura un vero e proprio rapporto di dipendenza simile a quello della tossicodipendenza. Gli stress emotivi costituiscono fattori che scatenano la crisi bulimica ma sono anche fra le frequenti e dirette conseguenze della perdita di controllo sulla propria alimentazione: per questo non è assolutamente raro che il bulimico s’infligga vere e proprie punizioni in seguito all’abbuffata, cosa che denota la sproporzione della risposta emotiva del malato alla propria alimentazione (ossia, chi si nutre normalmente, dopo un pasto, non prova ansia o panico a causa del cibo che ha ingerito).

Il bulimico tenta invece di riparare all’abbuffata ricorrendo a comportamenti compensatori come l’esasperata attività fisica volta a smaltire il maggior numero di calorie possibile, oppure come l’assunzione di lassativi e diuretici o il ricorso al vomito (in questo caso si parla di “condotte di eliminazione” o “pratiche liberatorie”).

Se l’anoressia provoca una drastica diminuzione del peso corporeo, la bulimia non porta generalmente alla consunzione fisica; anche se una continua oscillazione del peso è fra i sintomi più frequenti e riconoscibili della malattia, il bulimico può restare anche in una condizione di peso più o meno “normale”. La bulimia costituisce una possibile evoluzione dell’anoressia. Se per l’anoressia si può parlare di “malattia primitiva”, spesso la bulimia insorge conseguentemente a quella o ad altri disturbi alimentari. Anche se gli effetti della bulimia sono meno evidenti di quelli dell’anoressia, le conseguenze sulla salute non sono meno serie; le possibilità di guarigione sono maggiori per i bulimici rispetto agli anoressici, ma è necessario un intervento terapeutico di tipo cognitivo comportamentale.

Come nel caso dell’anoressia le ragioni ed i fattori che predispongono alla patologia sono molteplici e complessi da definire: la scarsa stima di sé e la necessità di colmare un certo vuoto interiore possono favorirne l’insorgenza. Il bulimico cerca invano di colmare quel vuoto con il cibo; ma l’effetto che s’ottiene è trasformare quel vuoto in una voragine che inghiotte tutta l’ esistenza; anche una storia infantile di obesità o le ripetute diete, sono altri possibili motivi scatenanti o individuabili quali radici del problema.

Obesità:

Da qualche decennio ormai i cattivi stili di vita e d’alimentazione hanno cominciato a destare una certa preoccupazione anche in Svizzera. L’obesità e le sue conseguenze (diabete, malattie cardiovascolari, tumori) costituiscono anche nel nostro Paese un’emergenza sanitaria: basti pensare che un bambino su 5 è in sovrappeso (una percentuale che si è quintuplicata rispetto a vent’anni fa) e il 5% è addirittura obeso. Un bambino obeso corre il serio rischio di esserlo anche da adulto: è stato d’altronde constatato che il numero d’individui in eccesso ponderale aumenta ad ogni età presa in esame. Un malsano rapporto con il cibo che è diventato una vera e propria malattia sociale.

Il problema del sovrappeso e dell’obesità riguarda più gli uomini che le donne ed aumenta con l’avanzare dell’età, inoltre le fasce sociali più deboli sono maggiormente interessate da questa malattia.

L’obesità ha origini complesse: essa è determinata sia da predisposizione genetica sia da cause psicologiche, ambientali, dietetiche e culturali. D’altro canto numerosi e variegati fattori concorrono a determinare il nostro stile di vita, e quindi anche il modo in cui ci nutriamo: il contesto familiare e sociale, le tradizioni, ma anche la pubblicità influenzano le nostre scelte alimentari: raramente mangiamo solo per saziarci. Purtroppo, però, ci si nutre sempre peggio prediligendo cibi oltremodo grassi, dolciumi e bibite zuccherate a scapito di cibi più sani ricchi di fibre, come verdura e frutta. Le abitudini quotidiane, l’ambiente –soprattutto urbano− in cui viviamo certo non facilitano il compito: gli spostamenti avvengono in prevalenza con l’automobile o in bus; i lavori sono, per la maggior parte, sedentari; il “tempo libero” è sempre troppo poco; ci si lamenta spesso per la mancanza di spazi in cui praticare sport e movimento. Sta di fatto che, in Svizzera, la sedentarietà uccide almeno 2900 persone l’anno e causa 2,1 mio di casi di malattia! Il nocciolo della questione è questo: negli ultimi decenni si è creato un divario sempre maggiore tra il reale fabbisogno e il dispendio energetico: si assiste ad un processo di sovralimentazione per cui s’immagazzinano calorie che, in effetti, non vengono spese e che diventano la base sulla quale si stabilisce l’eccesso di peso.

Per arginare e risolvere questo problema è necessario intervenire prima che la situazione degeneri in patologie più gravi; perciò, Confederazione e Cantoni si sono impegnati nella realizzazione di numerosi progetti e campagne di educazione alimentare e di promozione di una sana attività fisica, intendendo così sensibilizzare gli individui di tutte le età e, in particolare, i bambini ed i ragazzi in età scolare (cfr. PNAAF 2008-2012).